Trappola digitale


Il 2000 fu un anno nero per le aziende di internet. Crisi, guadagni in picchiata, azionisti nel panico, Brin e Page, padroni del motore di ricerca Google, decisero che era il momento di abbandonare gli ideali di gioventù e cercare nuovi modi di fare soldi. Affidano l’azienda ha Eric Schmidt, ingegnere informatico, il quale capì subito qual era la nuova miniera d’oro: i dati degli utenti.
Brin, Page e Schmidt rimasero sbalorditi dalla precisione con cui potevano prevedere in anticipo le azioni delle masse e delle singole persone (“surplus comportamentale”). Avevano quasi potere di “leggere le loro menti”, di sapere “cosa in un determinato individuo stesse pensando, provando e facendo in un certo momento”.
Un potere immenso – predire il futuro – nelle mani di un’azienda privata che passò dall’essere a servizio degli utenti, a sorvegliarli. Un potere nascosto di cui gli utenti non erano coscienti e che nessuna legge autorizzava.
Per boicottare qualsiasi regolamento sulla privacy che impedisse la raccolta dei dati (e spaventasse il pubblico, “incredibilmente stupido”), Google inizio un’attività di lobbying aggressiva verso il potere politico, condividendo il cult della segretezza con le agenzie di intelligence, fino a che, in certi ambienti, si comincio ad averne paura.
Tutto questo lo racconta Shoshana Zuboff nel suo libro: Il capitalismo della sorveglianza (Luis, 2019).
Giulio Meazzini
Città Nuova, numero 10-2020 

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