La classe capovolta


Oggi gli studenti vengono sommersi da un’enorme quantità di informazioni che loro dovrebbero “imparare”, come se fossero anatre all’ingozzo.
Ma, mentre pretende che gli studenti “imparino”, la scuola di norma non fornisce loro nessuno strumento e nessun sostegno per “imparare”, cioè per gestire in modo sano e produttivo le informazioni che elargisce in maniera intensiva e incessante.
Tutto ciò appare paradossale, specie se si ricorda che insegnare viene dal latino, e significa imprimere un segno nella mente. Chi “insegna” non può, dunque, limitarsi a trasmettere informazioni. Deve cambiare la mente dei suoi allievi, migliorando il loro modo di ragionare e di confrontarsi con la realtà.
Se l’obiettivo è attivare i cervelli, la classe capovolta appare una soluzione possibile, efficace e naturale. L’idea di base è semplice: nella classe capovolta (flipped classroom) viene ribaltato lo schema tradizionale di insegnamento e apprendimento. In aula si discute, si lavora e si impara insieme sotto la guida dell’insegnante. Insomma, si costruisce un’esperienza condivisa, che favorisce il coinvolgimento, la comprensione e il ricordo. A casa, da soli o insieme, ci si documenta grazie a materiali didattici multimediali che oggi sono facilmente disponibili e accessibili. E si è molto più motivati a prepararsi: lo si è proprio perché a scuola si è coinvolti ogni giorno e non saltuariamente, come succede con le interrogazioni e i compiti in classe. Guardate come un’insegnante racconta ai suoi allievi l’intero processo.
Nella flipped classroom si pratica, insomma, il learning by doing. Se tutto ciò ci sembra molto americano, è solo perché abbiamo trascurato e osteggiato le intuizioni di alcuni nostri grandi educatori del passato e ci siamo (colpevolmente) dimenticati di Maria Montessori, che agli inizi del secolo scorso già parlava di apprendimento attraverso l’attività, o di don Milani, o di Giuseppina Pizzigoni.
Anna Maria Testa
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