I lager libici

Pecore da ricondurre nel recinto a scudisciate, docili in fila, uno dietro l’altro. Poi al centro del cortile seminudi, in ginocchio, mani alla nuca e sguardo basso. Il ragazzo che riprende le immagini, nascosto da una colonna, ha vent’anni ed è siriano. Di frustate non ne ha avute, racconta, perché la sua famiglia ha pagato bene. Quegli uomini, invece, valgono poco: «Li costringono a lavorare come schiavi, li picchiano per alzare il prezzo e non perdere tempo a trattare». I cinque, seicento dollari che hanno in tasca non bastano per raggiungere l’Italia, continua. Rinchiusi nel piccolo lager libico, i migranti devono, allora, fornire il numero di un parente, un amico, un conoscente, e farsene mandare ancora. Quando si arrendono, «il cellulare glielo offrono i trafficanti».
Alessandra Coppola
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